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Paolo e Gesù

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29.11.2012

Chi è il fondatore del cristianesimo?

 

Paolo scrive le sue lettere ad alcune comunità da lui fondate in Anatolia e in Grecia, oltre a quella inviata a Roma, una comunità che egli non aveva fondato. I suoi scritti autentici sono i più antichi del NT. In essi appare un pensiero molto profondo e articolato su tutti i temi più importanti della nuova religione. I vangeli invece, che espongono la vita e l’insegnamento di Gesù, sono stati scritti qualche decennio più tardi. Essi non hanno un pensiero teologico molto sviluppato e non fanno quasi nessun riferimento esplicito alla chiesa e alla sua struttura teologica e organizzativa. Di qui sgorga la domanda: chi ha veramente fondato il cristianesimo, Gesù o Paolo? La risposta a questa domanda non è facile. Per poter rispondere a questo quesito è necessario tentare un confronto tra le lettere di Paolo e i vangeli sinottici (Giovanni è fuori questione perché più tadivo e con una visione specifica del cristianesimo) e poi chiederci che cosa ha ricevuto Paolo dalla tradizione precedente e in che modo è stato condizionato da una cultura che non è più la stessa di Gesù. Solo alla fine potremo farci un’idea approssimativa dei rapporti tra Gesù e Paolo.

1. Paolo e la tradizione evangelica

Dal confronto tra le lettere paoline e i vangeli sinottici appaiono alcuni fatti a prima vista sconcertanti. Paolo non conosce, o almeno non dimostra di conoscere se non in minima parte, le tradizioni riguardanti la vita terrena di Gesù. Egli infatti non menziona il battesimo di Gesù, le sue tentazioni, il suo annunzio incentrato sulla venuta imminente del Regno, le controversie con i farisei, i miracoli e le parabole; malgrado l’importanza da lui attribuita alla morte e risurrezione di Gesù, non ricorda alcun dettaglio della passione o delle apparizioni ai discepoli.

Dall’epistolario paolino si possono ricavare solo pochi dati circa la vita terrena di Gesù: di lui dice che appartiene al popolo di Israele (Rm 9,5), è un discendente di Davide (Rm 1,3), è nato da donna, sotto la legge (Gal 4,4), compì la sua opera come «servitore dei circoncisi» (Rm 15,8); tra i suoi discepoli si distingue il gruppo dei dodici, nel quale emerge Cefa/Pietro, mentre tra i suoi «fratelli» (1Cor 9,5) spicca Giacomo, colonna della chiesa di Gerusalemme (Gal 1,19; 2,9.12; cfr. 1Cor 15,7); nella notte in cui veniva tradito Gesù istituì l’eucaristia (1Cor 11,23); morì in croce (Gal 3,1; 1Cor 2,2 ecc.), fu sepolto e risuscitò il terzo giorno, dopo di che apparve ai Dodici e ad altri discepoli (1Cor 15,6).

Ancora più scarsi sono i detti di Gesù che l’apostolo ricorda esplicitamente: la moglie non si separi dal marito e questi non ripudi la propria moglie (1Cor 7,10-12; cfr. Mc 10,9); «quelli che annunziano il vangelo vivano del vangelo» (1Cor 9,14; cfr. Lc 10,7). Di Gesù egli cita anche le parole pronunziate sul pane e sul vino durante l’ultima cena (1Cor 11,24-25; cfr. Lc 22,19-20). Due volte si appella a una parola del Signore che però non è conservata nei vangeli (1Cor 14,37; 1Ts 4,15). Più numerose, ma anche più vaghe, sono le allusioni a particolari insegnamenti di Gesù: bisogna vivere in pace (1Ts 5,13b; cfr. Mc 9,50), senza rendere male per male (1Ts 5,15; Rm 12,17), anzi benedicendo i persecutori (Rm 12,14; cfr. Mt 5,44; Lc 6,28); l’amore del prossimo è la sintesi di tutta la legge (Rm 13,9; cfr. Mc 12,28-31); è necessario evitare lo scandalo (Rm 12,13; cfr. Mc 9,42) e pagare le tasse dovute (Rm 13,7; cfr. Mc 12,17); nulla deve essere più considerato come impuro (Rm 14,14; cfr. Mc 7,15).

Se si confronta il nucleo centrale del messaggio di Gesù con quello di Paolo, appaiono senza dubbio innegabili somiglianze, che possono essere riassunte nell’iniziativa gratuita di Dio in favore del suo popolo e di tutta l’umanità. Non meno chiare sono però le differenze: mentre Gesù pone al centro del suo annunzio il regno di Dio, compiendo le opere che ne manifestano la venuta, Paolo concentra la sua attenzione sull’evento della morte e della risurrezione di Cristo, nel quale Dio stesso è all’opera per la salvezza dell’uomo peccatore: in modo particolare il nucleo centrale del vangelo di Paolo, che consiste nella giustificazione mediante la fede in Cristo, è assente nei vangeli. Pur rivendicando un ruolo di primo piano nel disegno di Dio, Gesù non si attribuisce espressamente i titoli di Messia, Signore e Figlio di Dio; Paolo invece fonda su di essi tutta la sua cristologia. Sia Gesù che Paolo prendono posizione contro la legge mosaica: ma mentre il primo ne relativizza le disposizioni subordinandole alla pratica dell’amore, il secondo squalifica la legge opponendo ad essa la fede come unico mezzo efficace per ottenere la giustificazione.

In questo bilancio sono particolarmente significativi i silenzi dell’apostolo, che si situano proprio là dove sarebbe stato opportuno e spontaneo un riferimento esplicito alla tradizione evangelica. Ma è soprattutto la sua teologia, a prima vista così diversa da quella del profeta di Nazaret, a porre un problema oggettivo, al quale sono state date le soluzioni più disparate.

I rapporti tra Gesù e Paolo sono stati oggetto di un lungo dibattito che ha messo in luce due fatti importanti: da una parte non esiste tra i due un abisso invalicabile, dall’altra non si può semplicemente affermare che i rispettivi punti di vista coincidono. L’apostolo non ha alterato il vangelo di Gesù, ma lo ha ripreso esplicitando il ruolo che questi, in forza della sua morte e risurrezione, svolse nel piano salvifico di Dio. Nel fare ciò egli si è ispirato alla fede della comunità primitiva, che ha colto nel delicato passaggio dal mondo giudaico a quello greco-romano.

2. In continuità con l’antica fede cristiana

La dipendenza di Paolo dalla fede delle prime comunità palestinesi ed ellenistiche è stata recentemente messa in risalto dalla ricerca storico-morfologica, la quale ha evidenziato nelle sue lettere un materiale più antico, che egli riprende talora in modo quasi letterale, facendone spesso il punto di partenza delle sue riflessioni teologiche.

A volte è Paolo stesso che segnala l’utilizzazione di materiale arcaico, quando ad esempio afferma di aver trasmesso ciò che lui stesso ha ricevuto riguardo alla Cena del Signore (1Cor 11,23-25; cfr. Lc 22,19-20) e della sua risurrezione di Cristo (1Cor 15,3), oppure quando, per giustificare l’indissolubilità del matrimonio, si appella a un comando del Signore (1Cor 7,10-11; cfr. Mc 10,11 e par.). Analogamente si può pensare che si ispiri a tradizioni della comunità primitiva allorché descrive la prassi battesimale (Rm 6,1-7; cfr. At 2,41) e i carismi (1Cor 12-14; cfr. At 2,4; 10,46; 19,6), o raccomanda il celibato per il regno (1Cor 7,26; cfr. Mt 19,12).

Un chiaro marchio di arcaicità hanno anche alcune espressioni liturgiche quali Amen (Rm 1,25; 1Cor 14,16 ecc.), Maranà tha (Signore, vieni!) (1Cor 16,22), Abba (papà) (Gal 4,6; Rm 8,15). Il fatto che queste parole siano conservate in aramaico postula che Paolo le abbia ricevute dalla comunità di Gerusalemme.

Nelle lettere si possono individuare antiche formule con cui la comunità esprimeva la propria fede. Alcune assumono la forma caratteristica della “omologia”, cioè la solenne dichiarazione riguardante l’identità di Gesù (cfr. 1Cor 12,3; Fil 2,11; 1Cor 8,6). Altre invece sono professioni di fede in senso proprio, che ricordano un evento salvifico che si è attuato nel passato (cfr. 1Ts 1,9b-10; 4,14a; 1Cor 15,3-5; Rm 4,25; 14,9). A volte esse presentano una teologia più arcaica di quella sviluppata da Paolo, come quando si dice che il vangelo di Dio, promesso nelle sacre Scritture, riguarda «il Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» (Rm 1,3-4).

Una chiara origine prepaolina rivelano alcuni testi in forma innica, tra i quali spicca l’inno cristologico di Fil 2,6-11, ove l’opera di Gesù viene presentata secondo lo schema insolito dell’abbassamento e della glorificazione. Altri inni analoghi si trovano nelle lettere deuteropaoline (cfr. Col 1,15-20; Ef 1,3-14; 1Tm 3,16). Ciò appare anche nell’uso della “benedizione” (cfr. Rm 1,25; 9,5; 2Cor 1,3) e della “dossologia” (cfr. Gal 1,5; Rm 11,36; 16,25-27; Fil 4,20), dei “cataloghi” di virtù (Gal 5,22-23; 2Cor 6,6; Fil 4,8) e di vizi (Gal 5,19-21; 1Cor 5,10-11; 6,9-10; Rm 1,29-30) e delle “tavole domestiche” (Col 3,18-4,1; Ef 5,22-6,9; 1Tm 2,9-15).

Il vangelo di Paolo è dunque profondamente radicato nella fede della chiesa primitiva, che l’apostolo fa sua e approfondisce in funzione della vita delle comunità da lui fondate nel mondo greco-romano. Anche se non ripercorre le tappe della catechesi contenuta nei vangeli sinottici, egli non si presenta come un innovatore, ma come un apostolo e un pastore interessato a mantenere l’integrità della fede, pur adattandola alla nuova situazione storico-salvifica in cui si trova ad operare.

3. Lo sfondo biblico-giudaico del pensiero di Paolo

I rapporti tra il pensiero di Paolo e quello dell’ambiente da cui ha avuto origine e nel quale è vissuto sono stati messi in luce in questi ultimi decenni dall’enorme sviluppo degli studi giudaici, favorito da importanti scoperte archeologiche, di cui i ritrovamento dei rotoli di Quamran è solo un esempio.

Attualmente gli studiosi convergono nell’affermare che Paolo illustra il mistero di Cristo con concetti desunti in gran parte dall’esperienza religiosa di Israele, così come è stata delineata nell’AT, che egli legge prevalentemente nella versione greca dei LXX. Di qui derivano i grandi temi paolini, quali il peccato che corrompe tutta l’umanità, la giustizia salvifica di Dio che si rivela nella persona di Cristo, la redenzione e la giustificazione mediante la fede, l’amore del prossimo come sintesi di tutta la legge, la chiamata non solo di Israele, ma di tutti gli uomini alla salvezza, la chiesa come nuovo popolo di Dio.

Tuttavia l’atteggiamento di Paolo verso l’AT è complesso. «In parte l’AT per Paolo è obsoleto e da rifiutare (AT come legge); in parte, esso è preannunzio, cioè preparazione e quindi valorizzazione in senso positivo (AT come promessa); in parte, conserva intatta l’autorità di libri ispirati e divini (AT come Scrittura); infine, e come conseguenza, esso fornisce a Paolo in maniera determinante abbondanza di materiale concettuale e lessicale, come imprescindibile mezzo espressivo (AT come linguaggio)» (R. Penna).

Paolo legge l’AT secondo le modalità proprie del giudaismo del suo tempo, facendo suoi i metodi dell’esegesi rabbinica (cfr. Gal 3,6-14; 4,21-31; Rm 4; 1Cor 10,1-5) e introducendo motivi e spunti tipici delle correnti apocalittico-escatologiche (cfr. 1Ts 4,13-5,10; 1Cor 15,51-53; 2Cor 5,1-10; Fil 3,11.20-21). Quando sembra mettere in discussione certi concetti biblici (per es. la legge), in realtà non si contrappone all’AT in quanto tale, ma a una sua interpretazione che prescinde da Cristo e dalla sua opera salvifica. In questo caso egli sostituisce concetti ormai logori con altri (per es. giustificazione e fede), che però derivano anch’essi dal mondo biblico.

Tra le lettere paoline e gli scritti di Qumran vi sono alcune analogie, ma su punti di secondaria importanza, quali le antitesi luce-tenebre e carne-spirito, la dottrina della corruzione radicale dell’uomo, l’interesse per la conoscenza, l’attesa escatologica ecc.; tuttavia è chiaro che tra i due sistemi religiosi vi sono differenze difficilmente conciliabili. Più significativi sono invece i contatti con le opere giudeo-ellenistiche, di cui Paolo fa propri diversi spunti (vedi l’uso di Sap 13,1-9 in Rm 1,19-20); manca però il diretto riferimento, tipico di Filone, al pensiero filosofico, mentre il metodo allegorico è usato solo in via eccezionale nell’allegoria (ma è veramente tale?) delle due mogli di Abramo (Gal 3,21-31).

In sintesi si può delineare il rapporto tra Paolo e il giudaismo del suo tempo in questo modo: nel giudaismo predomina il «nomismo del patto», in forza del quale l’osservanza della legge è la condizione per rimanere nell’alleanza donata gratuitamente da Dio; Paolo invece è convinto che l’unica via di salvezza consiste nell’essere-in-Cristo mediante la fede.

4. L’influsso ellenistico

L’influsso dell’ambiente ellenistico sul pensiero di Paolo è stato enfatizzato soprattutto nei decenni a cavallo dei sec. XIX e XX. Una certa dipendenza di Paolo dalla cultura greca viene oggi riconosciuta senza difficoltà, ma nei singoli casi gli studiosi si pronunziano con grande cautela. È fuori discussione per esempio che l’apostolo abbia spesso adottato, pur con i dovuti correttivi, il metodo della diatriba cinico-stoica. Dalla filosofia popolare, nella quale predominavano elementi di origine stoica, ha assunto termini come physis, «natura» (cfr. Rm 1,26-27; 2,14 ecc.), syneidêsis, «coscienza» (cfr. 1Cor 8,7.10.12; Rm 2,15 ecc.), eleutheria, «libertà» (cfr. 1Cor 10,29; 2Cor 3,17; Gal 5,1.13 ecc.), aretê, «virtù»(Fil 4,8), autarcheia, «autosufficienza» (2Cor 9,8). Lo stesso si può dire dei cataloghi di vizi e di virtù (cfr. Rm 1,18-32; Gal 5,19,23), i quali però erano già stati adottati dal giudaismo ellenistico.

L’utilizzazione da parte di Paolo di termini o espressioni di chiara matrice ellenistica non deve però ingannare: spesso infatti egli conferisce loro un significato nuovo, facendone il veicolo di concetti che affondano le loro radici nel mondo biblico. In questo egli segue un metodo ampiamente diffuso nell’ambito del giudaismo ellenistico.

5. Conclusione

Il vangelo che Paolo ha annunziato in Anatolia e in Grecia si ricollega espressamente alla predicazione fatta pochi anni prima da Gesù di Nazaret nei villaggi della Galilea. Tuttavia il suo messaggio non si identifica semplicemente con quello di Gesù. Paolo infatti non ha incontrato personalmente Gesù, del quale ha una conoscenza indiretta, mediata cioè dalle prime comunità cristiane di lingua aramaica e greca. Per di più egli vive e opera in un ambiente diverso, che è quello delle grandi città romane, in cui la cultura giudaica deve confrontarsi con quella del mondo ellenistico. In questa nuova situazione egli elabora il suo pensiero in modo originale e autonomo, dando inizio a un cristianesimo che, pur senza sacrificare i suoi legami con l’ambiente giudaico originario, è più aperto e disponibile al dialogo con la cultura ellenistica.

Abbiamo ora gli elementi fondamentali per rispondere alla questione iniziale: chi è il fondatore del cristianesimo, Gesù o Paolo? Se intendiamo per fondatore colui che ha avuto l’intuzione fondamentale e ha dato l’impulso originario al movimento cristiano, dobbiamo convenire che questo è Gesù, di cui Paolo è stato un discepolo fedele. Ma se intendiamo per fondatore colui che ha posto le basi teologiche e organizzative del cristianesimo così come è giunto a noi (altri “cristianesimi” delle origini, come per esempio quello giudaizzante, si sono in gran parte persi, altri, come quello giovanneo, sono stati assimilati nella “grande chiesa”), questi è senz’altro Paolo. Senza di lui la chiesa non sarebbe quella che è, anche se in seguito il suo insegnamento è stato annacquato e spesso frainteso in un contesto religioso in cui la legge e l’istituzione hanno avuto la prevalenza.


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